Cigni di giada

Una trama classica e, nel contempo, una resa simbolista, spiazzante, polimorfa. Un’apparenza d’idillio arcaico e tracce di Böcklin. Il desiderio della luce, quella luce che può tuttavia accecare. Il biancore della vita e quello, sullo sfondo, del lutto che attende. L’altrove che trapela. Una meditazione casta e, insieme, dura sulle cose, sull’esistere. Il vuoto, il suo orrore, e la voglia di colmarlo. Gehenna ed Eden. Il liquido nero dell’oblio e, di contro, le salvifiche acque.

Cigni di giada è l’ultima raccolta poetica di Marco Boietti. Non è un libro facile: non tragga in inganno la brevità delle poesie. Non è un libro facile, ma colpisce come pochi altri: sono infiniti sedimenti, suggestioni, “lacrime di pietra”, parole simili a gocce avare ma pregne, come quelle di un accattone assetato che beve nella torbida pozza. La potenza, talora dolce talora aspra, del mistero – come dimenticare una simile immagine? “Bianche feluche/ salgono il fiume/ le ragazze in piedi/ col seno nudo/ guardano in silenzio”. Una sorta di atemporalità, che non riesce a ogni modo a sconfiggere il senso (o non senso?) degli individuali destini, aleggia e s’espande: tormento e consolazione. Il poeta come un cigno, figura animale sovente richiamata (non solo nel titolo), un avatar: nello stagno silenzioso, una solitudine (altera? dolorosa…) di “orgogliosa marginalità”.

Ma sono anche rapide accensioni… “Giocano i bambini/ con l’acqua che evapora/ soffuse armonie dissetano/ rose di Turchia./ Il sagittario cavalca/ le praterie del cielo/ e l’ippocampo si pavoneggia/ tra le alghe./ La polvere del firmamento/ scende/ a baciare i frutti/ e io mi abbandono”. Un accenno esotico – ah le “rose di Turchia”… – e gli occhi al vasto, atarassico e pur consolatorio cosmo – “Il sagittario cavalca/ le praterie del cielo”. Poi una levità improvvisa… “Va alla deriva/ un panama sull’acqua,/ galleggiando.// La sera scopre/ quella strana barca/ di fibre intrecciate/ capovolte all’insù.// La vede anche/ la stella cadente/ leggera/ nel vagabondare/ senza meta”… deliziosi versi e delicati, ma nel contempo ossimorici in quanto in loro celano l’insidia terribile del viaggio: quel panama in balia delle correnti come la debole nave di Ulisse, esposta al dio del caso, a una furia imprevista e annichilente. Ma quanto è soave quella stella cadente, provvisorio e fulmineo testimone di un evento lieve e drammatico. E che ci dice il panama di colui che l’ha perduto? Un gesto giocoso o imprevidente l’ha gettato nel ventre del fiume, nei lenti abissi, o qualcuno è affondato fra i gorghi? Un enigma. Il dilemma che travaglia da sempre e per sempre gli esseri umani.

E che dire dell’amore? “Lo stoppino/ è troppo corto/ e la notte luminosa/ aiuta il desiderio/ del buio che arde/ quella notte in cui/ io fui fiore e tu fiamma/ prima di divenire/ cenere di petali”. Il fuoco che dona calore e luce; il fuoco che distrugge. Ascesa e purificazione/Annientamento… “cenere di petali”… ma, infine, ascesi e catarsi. Il fuoco della lava lascia pietra e cenere; la cenere fertilizza. Fantasma e presenza è l’amore, felice spaesamento, allegra rovina, mezzo e meta.

Prosegue il viaggio. La vita del resto è un itinerario a tappe: anche strane, non volute, involute, stasi repentine e improvvide, e nuove partenze, realtà e surrealtà, istanti di sogno… “Il mio vicino di letto/ non parla la mia lingua,/ questa notte/ nel sonno diceva/ parole sconosciute./ Ho sognato di svegliarmi/ ma nessuno capiva”. È un crescendo lirico man mano che si scorrono pagine e poesie… La consapevolezza si fa squassante… “È sera/ la disperazione dell’universo/ strappa il calendario”… “Nel confine esploro/ con il torbido telescopio/ il rito del tempo/ dove attendo l’oblio.// Il gioco infinito si nutre/ di pane e sale”… Coscienza dell’ineluttabile scorrere e sereno smarrimento… “Il gong di cristalli / sull’uscio/ invita a entrare/ nella casa vuota./ Neppure la polvere/ sullo scrittoio/ sa riconoscerti// Eppure lei/ è rimasta/ ad aspettarti”… La polvere del tempo, e noi stessi siamo danza del pulviscolo che il raggio di luce di un mattino estivo pone in evidenza nella penombra, minuti e sfrenati granelli, turbinosi come gli infiniti mondi dell’universo, pronti a esplodere e implodere. Identità disperse, frammenti dei molteplici io, gocce di sudore che scendono sulle tempie malate di febbre, in una stanza “crocevia dei pensieri/ dei ricordi di luce, fragili ossessioni.// Tirate le tende, lasciatemi ascoltare/ i suoni della fontana”.

E quanto è commovente il suono, primo e ultimo, di questa fontana: non vista, ma udita nel più profondo dell’anima, soave suono rimbalzante, anelito, invocazione, risposta, paradiso.

Alberto Figliolia

Marco Boietti, Cigni di giada (con dipinti di Danilo Boietti), L’arcolaio (2014, pp. 108, euro12)

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