Walter Bonatti-Fotografie dai grandi spazi

20150104_162548[1]L’inferno di lava del Krakatoa. L’Isola di Pasqua, il punto della Terra più lontano da qualsiasi altra terraferma del pianeta, e il mistero dei suoi moai. Gli altipiani del Venezuela, che tanto evocano Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle. Le impressionanti guglie della Cordillera Real de Bolivia. Gli strani vuoti d’aria dell’Aconcagua. I ghiacci e i massi dell’Antartide fra vento, silenzio e solitudine. Il fascino ancestrale e magnetico di Ayers Rock. I deserti, che sia Africa o Sud-America. Pigmei e Toradja. Sulawesi e Papuasia. Le Cascate Murchison del Nilo Vittoria e un ippopotamo che osserva (minaccioso? o solo attento?). La Grande Barriera Corallina e un infinito stormo di uccelli in volo. Gli azzurri ghiacci della Patagonia, alla fine delle terre cognite. Le biancoverdi distese siberiane. L’isola di Robinson Crusoe. L’Alaska di London, gli orsi paurosi (ma inoffensivi). Il Klondike, il Kilimangiaro e il Mato Grosso. E montagne, foreste, dirupi, immense pianure di sale o liquide, imponenti fiumi, vulcani come all’alba dei tempi ben prima della comparsa dell’Homo sapiens… E lui, spesso presente nell’autoscatto: alpinista, viaggiatore, esploratore, “novello Ulisse”, fotoreporter per riviste (vedi l’epocale Epoca), scrittore, affascinante conferenziere… Lui, alias Walter Bonatti.
La mostra dedicata a Bonatti dal milanese Palazzo della Ragione è spettacolare. Tantissime foto, e tutte magnifiche, con preziose didascalie tratte dagli appunti e dai taccuini dello stesso Walter. Dai fasti e dalle amarezze del K2 – nessun uomo, a memoria umana, è mai riuscito a sopravvivere a un bivacco, ossia una notte in pieno addiaccio, a 8000 e più metri di altezza (suo compagno di ventura l’hunza Amir Mahdi): un’impresa, suo malgrado, titanica; una storia e un’avventura che si fecero cancrena nell’anima, ma in cui la sua luce di uomo onesto e puro infine rifulse con la verità storica ristabilita – e dalla straordinaria prima invernale del Cervino agli infiniti viaggi nel mondo, in cerca del cuore segreto delle cose e di sé stessi, fra la magnificenza, spesso terribile, e la possanza della Natura. Una vita invidiabile è stata quella del bergamasco di Monza, valtellinese d’adozione e cittadino del mondo Walter Bonatti.
“Attività diverse, tutte affrontate con caparbia serietà e con versatile talento: Bonatti imparò a fotografare e a scrivere le proprie avventure con la stessa dedizione posta nell’imparare i segreti della montagna. E se l’alpinista estremo (e spesso solitario) aveva conquistato l’ammirazione degli uomini e il cuore delle donne, l’essere insieme narratore e protagonista delle proprie avventure lo proietterà anche nell’immaginario dei più giovani. A ogni viaggio, Bonatti partiva alla ricerca dei suoi ricordi letterari e dei suoi eroi, cercando di riviverne le avventure. Bonatti, bello e coraggioso e forte e sfrontato, era Tarzan, era Robinson, era Tom Sawyer. In questo processo d’immedesimazione, la fotografia era fondamentale. Con quegli scatti, il racconto diventava evidenza visiva, prova di verità. Molte tra le immagini di Bonatti sono grandiosi “autoritratti ambientati” e i paesaggi in cui si muove, sono insieme luoghi di contemplazione e di scoperta. Bonatti si pone davanti e dietro l’obiettivo. Decide lo scatto con meticolosa cura; contemporaneamente, programma il suo ruolo attivo, e sempre diverso, in ogni composizione. Nelle fotografie, riesce a cogliere la sua stessa fatica, la gioia per una scoperta, così come le geometrie e le vastità della natura che andava esplorando. La presenza di Bonatti all’interno delle sue foto fa esplodere la fantasia, trasformando le sue avventure in romanzi, in film, in fumetti (e qualcuno proverà poi davvero a realizzarli, quei fumetti)”, scrivono Alessandra Mauro e Angelo Ponta, curatori della mostra. Bonatti che osserva ai bordi dello strapiombo l’atavico paesaggio etiopico, che s’arrampica impavido in una stretta bocca di pietra, che s’immerge nelle nebbie della giungla, che studia e soprattutto familiarizza con gli animali selvaggi che difatti non lo fiutano come pericolo, che coglie le meraviglie del mondo vegetale e i panorami primordiali, che con umiltà s’approccia alle vette o ai luoghi vergini, quelli mai prima calpestati da piede di essere umano. Alcune foto peraltro sono così belle che paiono addirittura dei quadri astratti: uno stagno dell’Estremo Nord con le sue piante acquatiche e sommerse, magici, cantilenanti e riverberanti riflessi; le brume di un paesaggio antartico; le ombre, le orme e le rughe, gli arabeschi della sabbia desertica; e graniti come sculture, i grandiosi contrasti degli elementi, epici senza la presenza umana.
“Quando arrivo sul colle dirupato e mi affaccio sull’altro versante, ebbene, è l’incanto. Tutt’attorno è un mondo precipite di costiere selvagge. La scarpata fiorita cade fino a lambire l’immenso blu, dove affiorano una quantità di isolotti luminosi. Faccio ancora un passo sull’intaglio sospeso, e appena oltre il mio piede si apre un vuoto di 700 metri. Laggiù in fondo l’oceano ribolle attorno agli scogli. Nel rincorrersi cadenzato delle grosse ondate, che sommergono i gialli isolotti rocciosi per subito restituirli, si formano candidi fioroni. Sono come fiori di loto smisurati che si chiudono per tornare prontamente a risbocciare, senza posa”, dal diario dell’autore in occasione della sua visita all’Isola di Juan Fernandez (Cile). Una descrizione ricca, analitica e non certo priva di poesia. (“… stimoli per invitarci ad uscire dal nostro orizzonte quotidiano e a cercare il senso della vita nei grandi spazi oppure in quel piccolo, immenso spazio che siamo noi stessi […] Ha imparato a rispettare la montagna e la natura che, anche se ostiche, sono sempre leali nei confronti dell’uomo il quale, nei confronti del proprio simile è, non raramente, vigliacco”, Domenico Piraina, direttore del Palazzo della Ragione)
E ancora foreste incenerite, valli di bellezza lunare, picchi fra le nubi, laghi vulcanici accosto e di diversissimi colori, onde poderose e tramonti che mozzano il respiro, spirali rocciose antiche come il tempo e pure atemporali, e lui, l’intrepido, umile e saggio uomo eternamente in viaggio, anche quando era nella sua casa di Dubino-Frazione Monastero, in provincia di Sondrio, rifugio e base per ripartenze con la sua amata Rossana: mente e cuore accesi di passione, di vita, di candore, di amore per questo pianeta e le sue genti da salvare.
Walter Bonatti, morto nel 2011. Invero per sempre con noi: grazie al suo lavoro, grazie al suo invincibile spirito.

P.S. Consigli di lettura: In terre lontane, 440 pp., Baldini Castoldi Dalai editore; K2 La verità -Storia di un caso, 282 pp., Baldini Castoldi Dalai editore; I miei ricordi, 416 pp., Baldini Castoldi Dalai editore; Un mondo perduto, 463 pp., Baldini Castoldi Dalai editore.

Alberto Figliolia

Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi. Palazzo della Ragione Fotografia, Piazza dei Mercanti 1, Milano. Fino all’8 marzo 2015.
Mostra promossa e prodotta dal Comune di Milano-Cultura, Palazzo della Ragione, Civita, Contrasto e Gamm Giunti, a cura di Alessandra Mauro e Angelo Onta e in collaborazione con l’Archivio Bonatti.
Orari: martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9,30-20,30; giovedì e sabato 9,30-22,30; chiuso lunedì; ultimo ingresso un’ora prima della chiusura.
Info mostra: tel. 02.43353535; sito Internet http://www.palazzodellaragionefotografia.it.

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