Genesi, Salgado

10. Sud del Djanet, Algeria, 200911. Arizona, USA, 2010L’iguana marina delle Galapagos. Un maestoso iceberg con un’arcata e, in cima, quello che sembra un imponente castello. Nella nebbia del fiume, in Amazzonia, rematori, quasi un quadro metafisico o un ritratto all’alba dei tempi. Donne, con un astuccio che fora il mento, al riposo su amache e stuoie di foglie intrecciate. Nelle Isole South Sandwich pinguini che si divertono, in ordinata fila, a scivolare sulla pendenza ghiacciata e si tuffano nella grande acqua salata. Un pachiderma al Kafue National Park in Kenia. Ragazze etiopi con il disco labiale. Le balene della Penisola di Valdés. Un capo-sciamano nell’Isola di Siberut (Indonesia). Le onde sabbiose delle dune del Sud del Djanet, in Algeria: l’affascinante gioco delle loro ombre sotto quel sole senza pietà, le ataviche pieghe del tempo. La meraviglia del Grand Canyon. Le popolazioni tribali: dal rigore della Penisola di Yamal (Siberia) all’impenetrabilità della Papua Nuova Guinea; dagli Yanomami ai Boscimani del Kalahari; dagli Himba (le donne coi capelli cosparsi di ocra e grasso) alle incredibili genti arboricole che vivono su capanne anche a 20 metri di altezza dal suolo.

245 immagini in grande formato che sono un eccezionale documento antropologico e artistico. Cinque sezioni consacrate, rispettivamente, a Il Pianeta Sud, I Santuari della Natura, L’Africa, Il Grande Nord e il Pantanal. Questa è Genesi, la mostra promossa e prodotta dal Comune di Milano-Cultura, Civita, Contrasto e GAmm Giunti e dedicata dal Palazzo della Ragione Fotografia di Milano a Sebastião Salgado.

Genesi è il frutto di otto anni di ricerche e ben trentadue spedizioni che hanno condotto il celebre fotografo per ogni dove del nostro pianeta, nei luoghi naturali incontaminati, laddove il Tempio della Natura non è stato ancora profanato e l’uomo è una presenza non invasiva. Non megalopoli, ma l’antico respiro della Terra.

Un progetto affascinante che ora è possibile visitare coi propri occhi, facendosi invincibilmente catturare, mente e cuore, dalla forza e dalla poesia di quelle immagini. Un’esposizione che, oltre ad appagare il senso estetico presente in ciascuno di noi, ha il gran merito di spalancare nuovi orizzonti e visioni. E… dubbi. Dubbi su quanto sia stato o sia lecito stravolgere i delicati equilibri dell’organismo vivente che la Terra è. Bellezza e impegno ecologico. Genesi ha infinite sfaccettature. Esci dall’esposizione più ricco di conoscenza, emozionalmente appagato, ma anche scosso, con innumerevoli domande a frullare per il capo e nella coscienza. Che cosa è lo sviluppo? Il nostro modello di vita quanto vale o dove porterà? A che prezzo lo pagheremo? Con la distruzione della sacralità e dell’immane meraviglia che la Natura è?

Alberto Figliolia

Genesi. Palazzo della Ragione Fotografia, piazza dei Mercanti 1, Milano. Sino al 2 novembre 2014. Orari: mar, mer, ven e dom 9,30-20,30; gio e sab 9,30-22,30; chiuso lunedì. Info mostra: tel. 02. 43353535; sito Internet www.palazzodellaragionefotografia.it e http://www.mostraslagado.it

Genesi è la ricerca del mondo delle origini, come ha preso forma, si è evoluto, è esistito per millenni prima che la vita moderna accelerasse i propri ritmi e iniziasse ad allontanarci dall’essenza della nostra natura. È un viaggio attraverso paesaggi terrestri e marini, alla scoperta di popolazioni e animali scampati all’abbraccio del mondo contemporaneo. La prova che il nostro pianeta include tuttora vaste regioni remote, dove la natura regna nel silenzio della sua magnificenza immacolata; autentiche meraviglie nei Poli, nelle foreste pluviali tropicali, nella vastità delle savane e dei deserti roventi, tra montagne coperte dai ghiacciai e nelle isole solitarie. Regioni troppo fredde o aride per qualsiasi cosa salvo per le forme di vita più resistenti, aree che ospitano specie animali e antiche tribù la cui sopravvivenza si fonda proprio sull’isolamento. Fotografie, quelle di Genesi, che aspirano a rivelare tale incanto; un tributo visivo a un pianeta fragile che tutti abbiamo il dovere di proteggere.

Questa mostra è frutto di otto anni di lavoro e oltre trenta reportage. Abbiamo deciso di suddividere il materiale in 5 sezioni, come se dividessimo il globo in 5 parti, per presentarlo al pubblico.

Abbiamo cominciato con il sud del Pianeta, l’Argentina, l’Antartico e le sue isole. Abbiamo poi costruito una sezione sull’Africa, un continente estremamente diversificato ma che certo si distingue dagli altri.

La terza parte l’abbiamo dedicata a un certo numero di isole che definiamo “i santuari del pianeta” perché custodiscono una biodiversità particolarissima, come il Madagascar, la Papua Nuova Guinea e i territori degli Irian Jaya.

E poi l’emisfero nord del mondo che comprende regioni fredde ma nel quale abbiamo incluso anche il Colorado, meraviglioso territorio degli Stati Uniti. La quinta e ultima sezione è riservata all’Amazzonia, il polmone del mondo e il luogo dove abitano un’immensità di specie, di flora e di fauna. L’Amazzonia del Brasile ma anche quella del Venezuela, con le sue magnifiche catene montuose. E nel nostro Brasile presentiamo anche la zona del Pantanal: un habitat di specie faunistiche molto differenziate e importanti.

Un grande sforzo che, pensiamo, riuscirà a coinvolgere più persone possibili nel mondo, affinché questa mostra diventi uno stimolo per imparare a guardare il nostro pianeta in modo diverso. E capire l’importanza di proteggerlo”.

Lélia Wanick Salgado, curatrice della mostra

IN CERCA DI UN PARADISO

di Sebastião Salgado

Sono nato nel 1944, in una grandissima azienda agricola del Brasile il cui territorio era coperto all’epoca, per circa il 60%, dalla foresta tropicale. Quando negli anni Novanta i miei genitori, ormai anziani, hanno voluto consegnare l’azienda agricola a noi figli, io e le mie sette sorelle ci siamo ritrovati tra le mani un territorio in cui le foreste erano perlopiù annientate. Dalla copertura originaria, superiore al 50%, eravamo scesi a meno dello 0,5%. Era ormai una terra bruciata; un territorio dove avrebbero potuto essere allevati decine di migliaia di capi di bestiame, ora era in grado di sostenerne appena qualche centinaia. Mia moglie Lélia (lei non è solo la curatrice delle mie esposizioni, dei miei libri, quella che di fatto progetta tutto questo, ma è la mia socia per tutto ciò che facciamo nella nostra vita) mi ha detto “Sebastião, visto che sostieni di essere nato in paradiso, perché non costruire – o ricostruire – veramente questo paradiso? Perché non ripristinare la foresta tropicale che una volta ricopriva questa superficie?”.

Così, abbiamo deciso di provarci e parlando con una serie di amici siamo riusciti a ideare un vero progetto di recupero ambientale. Abbiamo subito capito che per tentare di ripristinare l’ecosistema quale esisteva prima di questa devastazione, avremmo dovuto piantare per lo meno 2 milioni, forse 2 milioni e mezzo di alberi di almeno 100 specie botaniche diverse.

Per raccogliere le risorse necessarie, abbiamo viaggiato da un capo all’altro del mondo e devo dire che l’Italia è stato tra i Paesi che ci hanno aiutato di più, come anche Spagna, Stati Uniti e comunque in primis il nostro Brasile. Attualmente, siamo a oltre 2 milioni di alberi piantati: abbiamo più di 300 specie diverse.

Lavorando sulla ricostruzione di un paradiso come quello in cui ero nato, abbiamo avuto l’idea di mettere a punto un grande progetto fotografico, diverso però dai precedenti. Lo scopo doveva essere vedere e cercare un modo nuovo di presentare il Pianeta Terra: questa volta non avrei puntato l’obiettivo sull’uomo e sulla sua lotta per la sopravvivenza, ma avrei mostrato piuttosto le meraviglie che rimangono nel nostro pianeta. Abbiamo deciso di cogliere con la macchina fotografica quella grande parte del pianeta che si presenta ecologicamente pura e, si potrebbe dire, ancora allo stato primordiale. Creare dunque una quantità d’immagini che fosse sufficiente a far capire al maggior numero possibile di persone che esiste una grande porzione del mondo ancora integra, allo stato della Genesi, e mostrare quanto proteggere questa parte sia fondamentale per tutti noi.

Non si sottolineerà mai abbastanza l’importanza di ricostruire ciò che abbiamo distrutto. Siamo forse quasi obbligati a distruggere per poter creare le nostre straordinarie città, questo mondo formidabile nel quale viviamo con le sue tecnologie e i suoi comfort. Ma dobbiamo cercare di ricostruire gran parte di quel che abbiamo distrutto. Penso alla natura nel suo insieme, al potere enorme del mondo minerale, con i suoi vulcani e le forze incontenibili, ma anche al mondo vegetale, e alla sua importanza. Gli alberi sono la garanzia della nostra sopravvivenza.

Proprio le foreste sono un esempio importante di quel che dobbiamo fare. Il sistema globale del sequestro del carbonio, grazie alle parti del pianeta dove le foreste sono ancora integre, permette la creazione dell’ossigeno attraverso la fotosintesi generata dagli alberi. Inutile dire quanto questo processo sia essenziale per la vita di tutti gli esseri; grazie alle zone coperte da foreste rimane tra l’altro sequestrata l’umidità del suolo e in questo modo, il sistema idrico del mondo continua ad alimentarsi. Mi chiedo spesso se non stiamo andando incontro a una penuria di ossigeno per gli esseri viventi – potrebbe essere possibile. L’unica macchina al mondo in grado di riprodurre l’ossigeno e la costituzione e il mantenimento delle riserve idriche del paese è proprio l’albero e il suo insieme in una foresta nativa: fonte inesauribile per la sopravvivenza del mondo come lo conosciamo e per il genere umano su questa terra. Insieme dobbiamo cercare di proteggerlo, di salvarlo e anche di ricostruire ciò che abbiamo distrutto. È l’unico modo che l’uomo ha di sopravvivere, altrimenti l’Homo Sapiens, si troverà fianco a fianco con altre specie in via di estinzione.

In fondo, noi facciamo parte del pianeta, e non siamo che una parte della natura e dovremmo cercare di non andare così veloci come invece facciamo. Forse, qualche passo indietro ci permetterebbe di comprendere che anche noi facciamo parte di un tutto. Oggigiorno nel mondo ricco, avanzato, gli esseri umani vivono 75 anni, anche 80, e forse qualcosa di più. Chi ha più di 100 anni ci sembra vecchio, in qualche modo vetusto. Ma se riuscissimo a pensare al tempo in termini di secoli, forse di milioni di anni, capiremmo che tutto è vivente. Le montagne nelle mie foto non sono una natura morta – quelle montagne che io ho fotografato, in realtà sono più vive di me. Alcune certo sono già morte, ma altre sono in crescita, in una fase che potremmo chiamare di fioritura.

In Genesi vedrete dunque fotografato ciò che noi tutti insieme dobbiamo, e sottolineo dobbiamo, proteggere. Quella parte cioè che resta estremamente viva – forse un 45% – ed è ancora come al tempo della Genesi.

Realizzando questo progetto non ho voluto assumere l’atteggiamento dell’antropologo, né dello scienziato. Io sono andato a fotografare come semplice curioso; per vedere, prima di tutto, e poi per mostrare ad altri quel che mi aveva toccato nell’intimo. Non solo. Credo sia la prima volta che fotografo altre specie animali. Io ho sempre fotografato una sola specie: noi uomini. La mia impostazione è quella del fotografo e giornalista. Con massimo rispetto mi sono avvicinato alle altre specie, animali, vegetali, minerali e ho compreso che tutto ciò che esiste di utile, di importante, di essenziale nel nostro mondo, esisteva già in un tempo anche lontano. Nelle società così dette primitive esisteva già un’idea di solidarietà, di società, di amore. Esisteva l’assistenza, le medicine, perfino gli antibiotici e gli antinfiammatori. Noi non abbiamo fatto altro che sistematizzare queste conoscenze.

Il nostro sforzo, attraverso questa mostra (che dopo Roma sarà ospitata in più di trenta musei del mondo), i libri che abbiamo realizzato, il film che mio figlio Juliano insieme a Wim Wenders hanno da poco terminato, è di partecipare a un sistema informativo ampio e particolareggiato sull’educazione ambientale, sulla necessità di difendere questo nostro pianeta.

Credo che oggi viviamo in un periodo di estrema importanza e anche di grande interesse. Assistiamo, da venti anni a questa parte, a un grande risveglio della consapevolezza e della coscienza ambientalista. Spero che Genesi rappresenti il nostro contributo a sviluppare questa consapevolezza.

 

© Sebastião Salgado/Amazonas Images

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