fra le gambe della sopravvivenza

La Minima Parte è un duo musicalpoetico (o poeticomusicale) di rara efficacia e suggestione. Si legge nel loro profilo FB: “Massimiliano Bardotti e Giacomo Lazzeri formano “La Minima Parte”. La poesia che incontra la musica e diviene spettacolo, teatro, concerto. Una sperimentazione di suoni distorti e allo stesso tempo melodici, e parole essenziali, scarne, che vanno a scavare nell’animo umano e invocano la vita, nella sua primordiale essenza”.

Avendoli visti e ammirati all’opera, in performance (voce, musiche e persino un megafono), un settembrino pomeriggio di pioggia diluviante, fra tuoni e fulmini, sotto le arcate di un antico portico in faccia a una meravigliosa cattedrale, non posso che confermare.

In questa sede mi occuperò dei versi del Bardotti, autore di Fra le gambe della sopravvivenza (pp. 86, euro 10, collana poetica itinerante n. 5, Thauma edizioni). Un gran bel titolo, ammettiamolo.

La poesia dell’autore di Castelfiorentino è carnale, accesa, perfettamente contemporanea, “una sperimentazione di suoni distorti e allo stesso tempo melodici”. Passiamo in rassegna i seguenti versi: “Tu pensi al futuro/ io ti amo adesso./ Le previsioni del tempo annunciano neve./ I miei scarponi sono in cantina/ ho paura del buio./ Mi verrà un raffreddore./ Mi presti il tuo maglione?/ Il dolore è liquido/ mi sporchi la maglietta col mascara./ Il mio amore è confettura/ tu odi i cibi estremi./ Stringimi la mano/ i tuoi occhi fanno paura./ Le unghie finte mi mettono tristezza/ le tue natiche di panna mi annoiano./ Il futuro è arrivato/ un tempo ti amavo”. Fra i versi piccoli abissi, scarti audaci fra il banale quotidiano e l’esistenziale più pensoso. Una quieta disperazione aleggia.

Lo sguardo è acuto e non si distoglie dalle cose del mondo: “Gentiluomini in doppiopetto/ nelle mani hanno il futuro del mondo./ Lo giocano ai dadi/ la mano di poker/ il bluff organizzato./ Il cattivo gusto è reato/ le condanne lievi./ Pena di morte nel terzo mondo/ le banche hanno bisogno d’aiuto”. Mi rigiro in testa… “Il cattivo gusto è reato”. Il grande imbroglio del capitalismo finanziario che domina e soverchia il pianeta non è solo ineducazione, ignoranza bestiale, contro lo spirito cosmico, è pure “cattivo gusto”. Chi ha mai detto che i poeti sono distanti dalla realtà?

La società dei consumi… “L’alimentari sotto casa ricicla paura/ la vende in offerta prendi tre paghi due./ Al negozio d’abbigliamento/ la commessa capelli grano mette in mostra la merce./ Al centro commerciale/ reparto lettura/ jeans strappati sognano di essere letti./ Al mercato del giovedì gli alcolici scadono prima della frutta.// L’eroina si vende dietro allo stadio/ la cocaina si compra in banca/ nessuno fuma più:/ la moda ha le sue regole”.

Prose liriche si alternano a poesie e ballate. Il martello del poeta pesta, duro e soave: “Generi alimentari in disuso./ Cambiamenti:/ alle poste vendono libri./ I lettori sono in via d’estinzione/ ci vorrebbe un parco naturale/ nuovi fondi per la ricerca./ Affittasi celle libere in Parlamento/ affittasi tramonti in Transilvania./ Il mondo è tutto qui/ tra un happyhour e un talkshow./ Crisi finanziaria in via Montenapoleone/ le pellicce valgono più dei mariti”. Molto attuale, soprattutto in questi tempi di bailamme pre-elezioni: “Affittasi celle libere in Parlamento”… un richiamo all’onestà che manca? “affittasi tramonti in Transilvania”… al di là dell’allitterazione un aggancio con il giugularesco e giullaresco della politica nostrana che ha spremuto oltre ogni limite e pazienza la società civile e gli umili ultimi?

Concludiamo con versi visionari (e i visionari sono per il solito i meglio informati sui fatti): “Raffiche di vento/ porte chiuse/ il cemento nella bocca/ parole dense./ Opinioni/ le tue opinioni non mi interessano/ voglio baci al fluoro/ e nostalgia del futuro./ Voglio un cinema vuoto/ tre volte a settimana/ un film sui vampiri./ Succhiare il sangue di Rimbaud/ cavalcare l’onda ermetica./ Una corsa fino all’altro ieri/ quando con le mani chiuse/ afferrai l’infinito”.

A tutti dovrebbe essere concesso di afferrare l’infinito. O, almeno, provarci.

 

Alberto Figliolia

 

 

 

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