la testa di toro

L’arte non dovrebbe essere un trompe-l’oeil, bensì un trompe-l’esprit. Come non essere d’accordo con tale affermazione, solo in apparenza paradossale e spiazzante?

Io miro alla somiglianza più profonda, più reale del reale, che raggiunga il surreale. E con questa formulazione che parrebbe nella sua prima parte liquidare buona parte dell’arte contemporanea, salvo poi d’improvviso sterzare? La dichiarazione è di Pablo Picasso.

E per concludere questo florilegio: Se si segnassero su un foglio tutti i punti per i quali sono passato e li si unisse con un tratto, forse si otterrebbe un Minotauro, immenso Pablo…

Dalla mostra, al Palazzo Reale di Milano sino al 27 gennaio, dedicata al pittore malagueño, nato in quelle terre andaluse il 25 ottobre 1881, si esce con una sorta di piacevole stordimento: la (diffusa) vista del genio può fare quest’effetto. Sono trascorsi oltre centotrent’anni dalla venuta al mondo dell’artista iberico e non cessano mai di stupire la versatilità e gli esiti della sua ricerca, che si trattasse di pittura o scultura o altro ancora.

Perché l’occhio di Picasso era in grado di individuare l’arte laddove sembrava essa non potesse dimorare: la Testa di toro (Parigi, primavera 1942) è una “scultura”, un assemblaggio artistico realizzato con un sellino e un manubrio di bicicletta (cuoio e metallo). Il risultato con questi due elementi semplici è più che sorprendente: in alto, appesa alla parete, potete ammirare una testa di toro, perfetta nella sua forma, idea, concretezza o astrazione. Il pittore, quando usciva per le sue passeggiate, poteva recuperare dai fossi, da terra, per ogni dove, oggetti d’ogni genere funzionali alle sue idee e ispirazione. In essi l’artista scorgeva nuove forme da comporre, scomporre, ricomporre, destrutturare e ristrutturare.

Si suole dividere la produzione picassiana in periodi: azzurro, rosa, proto-cubista, africano (Picasso collezionava cartoline africane di vita contemporanea), cubista cézanniano, cubista, verde, cubista ermetico, classico, surrealista… In realtà il pittore sperimentava incessantemente e incessantemente studiava, creava e ricreava. Da Van Gogh in poi, siamo tutti autodidatti – pittori primitivi, si potrebbe quasi dire. Essendo la tradizione stessa sprofondata nell’accademismo, dobbiamo riformulare un intero linguaggio. E ogni pittore del nostro tempo è abilitato a ricrearlo, dalla A alla Z, la sua dichiarazione d’intenti. A dodici anni Picasso poteva dipingere come Raffaello, ma ci mise tutta la vita per imparare a dipingere come un bambino (diceva ridendo, provocatorio ma nel vero), altro celebre manifesto della sua poetica.

Di questo percorso dipanatosi per decenni (la morte avvenne l’8 aprile 1973 a Mougins, nelle Alpi Marittime-Provenza) la mostra milanese ha il merito di fornire un’amplissima scelta (dal Museo Nazionale Picasso di Parigi): da La Célestine-La donna con un occhio solo (Barcellona, marzo 1904, Olio su tela) a Paulo nei panni di Arlecchino (Parigi, 1924, Olio su tela); dal Violino (Parigi, 1915) fatto di lamiera tagliata, piegata e dipinta e filo metallico dipinto, a L’acrobata (Parigi, 18 gennaio 1930, Olio su tela); dalla Corrida: la morte del torero (Boisgeloup, 19 settembre 1933, Olio su tavola) alla straordinaria Testa di morto (Parigi, 1943, Bronzo e rame). E, oltre alle tele e alle sculture, i collages e les constructions, gli incredibili Fauno che scopre una donna che dorme (12 giugno 1936, Acquatinta, allo zucchero e con vernice, raschietto e bulino su rame, terzo stadio, prova su carta vergata Montval) e Minotauro cieco guidato da Marie-Thérèse con piccione in una notte stellata (Parigi, 3 dicembre 1934-1 gennaio 1935, Acquatinta trattata a raschietto come un mezzotinto, puntasecca e bulino su rame, quarto stadio, prima della bisellatura e dell’acciaiatura della lastra, prova in nero-verde su carta velina d’Arches).

Arduo non essere toccati o non essere stimolati dalla visione di tanto materiale: Les Baigneuses (Biarritz, estate 1918, Olio su tela), la Natura morta con brocca e mele (1919, Olio su tela), la minuscola “cavallina” Baigneuse ouvrant une cabine (Dinard, 9 agosto 1928, Olio su tela), l’Uomo con cappello di paglia e cono gelato (Mougins, 30 agosto 1938, Olio su tela), il Gatto che ghermisce un uccello (Parigi, 22 aprile 1939, Olio su tela), La donna che piange (Parigi, 18 ottobre 1937, Olio su tela) dal magico sfondo viola, l’Uomo con pecora (Parigi, febbraio 1943, Bronzo).

Un miracolo appare poi la Donna incinta (Vallauris, 1949, Bronzo), quei piccoli mirabili seni schiacciati sopra la grande pancia, esilità e pienezza a disegnare il frutto del seno suo, la maternità in fieri e, nel contempo, compiuta.

A completare la propria prodigiosa creatività Picasso si dedicava anche a ceramiche, manifesti, linoleografie. La moltiplicazione dell’arte era un sincero e appassionato calcolo.

Notevolissime e immaginifiche anche le variazioni sui temi degli altri grandi del passato: Le Déjeuner sur l’herbe da Manet (Mougins, 12 luglio 1961, Olio su tela), L’atelier de la Californie (Cannes, 30 marzo 1956, Olio su tela) con al centro del dipinto una bianca tela ancora da dipingere, Ecce Homo da Rembrandt (Acquatinta, acquaforte, raschietto e puntasecca su rame, quarto stadio, prova su carta velina Rives).

Unico neo, se così si può definire, la lunga coda che si rischia di fare per visitare l’esposizione. Ma ne vale assolutamente la pena. È possibile tuttavia prenotare e risparmiare in tal modo prezioso tempo da riservare alle meraviglie esposte in dono ai nostri meravigliati sentimenti e intelletto.

Alberto Figliolia

Picasso-Capolavori dal Museo Nazionale Picasso di Parigi, Milano Palazzo Reale, sino al 27 gennaio, infoline e prevendita tel. 02.54911, sito Internet www.mostrapicasso.it.

Orari: lunedì, martedì e mercoledì 8,30-19,30; giovedì, venerdì, sabato e domenica 9,30-23,30. Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura.

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