Tina Modotti, mostra Koper-Capodistria

Raccontare Tina Modotti in poche e brevi parole non è facile. Attrice, fotografa, rivoluzionaria, intellettuale, confidente dei grandi muralisti messicani e amica di Frida Kahlo, nonché di Pablo Neruda che le dedicò un epitaffio poetico:

“Tina Modotti, sorella, non dormi, no, non dormi:/ forse il tuo cuore ode crescere la rosa/ di ieri, l’ultima rosa/ di ieri, la rosa nuova./ Riposa dolcemente, sorella.// La nuova rosa è tua, tua è la nuova terra:/ ti sei messa un nuovo vestito di semente profonda/ e il tuo soave silenzio si colma di radici./ Non dormirai invano, sorella.// Puro è il tuo dolce nome, pura è la tua fragile vita:/ d’ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma;/ d’acciaio, linea, polline, si costruì la tua ferrea,/ esile struttura.// Lo sciacallo sul tuo prezioso corpo addormentato/ protende la penna e l’anima insanguinate/ come se tu potessi, sorella, levarti/ sorridendo al di sopra del fango.// Nella mia patria ti porto perché non ti sfiorino,/ nella mia patria di neve perché alla tua purezza/ non giunga l’assassino, né lo sciacallo, né il venduto:/ laggiù starai in pace.// Lo senti quel passo, un passo pieno di passi, qualcosa/ di grandioso che viene dalla steppa, dal Don, dal freddo?/ Lo senti quel passo fiero di soldato sulla neve?/ Sorella, sono i tuoi passi.// E passeranno un giorno dalla tua piccola tomba/ prima che le rose di ieri appassiscano;/ passeranno per vedere quelli di una volta, domani,/ dove stia ardendo il tuo silenzio.// Un mondo marcia verso dove andavi tu, sorella./ Ogni giorno cantano i canti delle tue labbra/ sulle labbra del popolo glorioso che tu amavi./ Valoroso era il tuo cuore./ Nei vecchi focolari della tua patria, sulle strade/ polverose, una parola passa di bocca in bocca/ qualcosa riaccende la fiamma delle tue adorate genti,/ qualcosa si sveglia e comincia a cantare.// Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il nome tuo,/ noi che da ogni luogo delle acque e della terra/ col tuo nome altri nomi tacciamo e pronunciamo./ Perché il fuoco non muore”.

Nata Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini a Udine il 17 agosto 1896 da una famiglia operaia e socialista, come Tina Modotti fece del mondo la sua base: Stati Uniti d’America, San Francisco e Hollywood, attrice in The Tiger’s Coat (1920) e altre due pellicole (particolarmente ammirato negli States il suo “fascino esotico”); assistente del fotografo, mentore e pigmalione Edward Weston, con il quale si spostò in Messico, che divenne la sua patria adottiva, Paese che amò sopra ogni altro – ne fu esiliata con dolore, ma vi fece ritorno e a Città del Messico trovò la morte (a bordo di un taxi – un infarto? Avvelenata? – il 5 gennaio 1942) e del quale come fotografa lasciò ampia testimonianza e un’indelebile orma nella tempesta culturale che felicemente lo sconvolgeva; Unione Sovietica e Spagna, al servizio delle Rivoluzione o, almeno, dell’idea della Rivoluzione, fra mille dubbi e tormenti, in quanto la sua era, in definitiva, un’anima libera e libertaria.

Una donna di grande bellezza era Tina, fascinosa e intelligente, votata all’ideale per quanto non scevra dal necessario pragmatismo. Per uscire dalle considerazioni intorno al suo impegno politico, di Tina (e su Tina, poiché era una modella d’eccezione e i suoi nudi sono indimenticabili per sensualità e resa artistica, un bianco e nero carico di eros e valori formali) rimangono splendide foto.

Una mostra allestita a Koper-Capodistria presso la Obalne Galerije-Galleria Loggia nel meraviglioso centro storico della città istriana, dopo essere transitata per un più ampio progetto in quel di Udine, celebra i fasti e i meriti artistici di Tina Modotti, nonché la sua figura esistenziale. Sotto l’ideazione e la direzione artistica di Sabrina Zannier scorrono le immagini di quella prodigiosa avventura umana che fu la vita di Tina: nella prima sala in cui si snoda l’esposizione pannelli esplicativi e fotogrammi del primo film di Tina, poi, nel secondo ambiente, lo splendido florilegio d’immagini fotografiche di Tina e su Tina. Foto originali da preziosi archivi; scatti entrati direttamente nella storia e nell’immaginario collettivo: il corpo di Tina, una dolce provocazione, in pose plastiche e perfette; il suo volto in una calda estasi, fra sensi e ascesi; i fiori da lei fotografati in pure linee, un’astrazione, nella ricerca dell’essenza intima delle cose della natura, del nostro essere; persino le vuote gradinate di un’arena sono ricomposte in un superiore disegno d’armonia sapendo evocare altro, anche il grido del popolo; mani di fatica, rughe primigenie. Una carrellata che lascia senza fiato per la bellezza che si sprigiona.

Se qualcuno si recasse in Istria, non dimentichi, oltre ad assaggiare un calice di qualche eccellente vino od olio prodotto in loco, di fare una visita all’esposizione che sarà in corso sino al 20 gennaio; potrà ammirare alcuni capolavori della fotografia d’ogni tempo, per gli esiti formali e per l’innovativa portata, e conoscere le gesta e il cuore della straordinaria donna che fu Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini, in arte, per il mondo e per Pablo Neruda Tina Modotti.

 

Alberto Figliolia

A Tina Modotti

La vita è una malattia
dalla quale si guarisce
con la morte?
questo, Tina, pensavi
nel duro inverno staliniano
quando sui vetri striati di ghiaccio
disegnavi il volto dei taglienti
soli di Mexico City
e le indie di Oaxaca tenevano
il tuo grande cuore
nelle mani screpolate
da sangui di fatica
(mani stremate dalla Conquista).

Tina dagli occhi neri,
congiunti astri d’amore e morte,
mobili e tragici
come il sangue di Juan Antonio:
tu sapevi della sua condanna?
e della tua?

Il tuo corpo:
un sogno di luce,
un pensiero tradito,
una fotografia di pure linee,
il botto astratto di uno sparo rivoluzionario,
le assurdità del divenire,
arte di vendetta,
dimenticanza.

Quante volte hai cessato d’essere
quando sparavano nella schiena
dei compagni, Tina:
allora il cuore ti moriva,
una rosa d’oscuro plasma?

Non generasti e fu uno sbaglio
poiché dalla tua malinconia
sarebbero nati
splendidi fiori di nuova umanità,
Tina, morta in un taxi
sopra le rovine azteche già morte
e quelle del mondo che sognasti
e non nacque, Tina.

Alberto Figliolia

 

 

 

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